Joglar’s Crew è un punto nodale, un crocevia di intelletti ed ego, è un luogo che vuole accogliere chi pensa di avere con esso qualcosa a che fare.
Che scegliate la ribalta o la platea, affrettatevi, dunque, mes amis, non c’è più molto tempo: il sipario sta già levandosi sul primo atto della vostra commedia.



Il Giullare

Joglar's Crew

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[Original] Condominium [Serie di Racconti Autoconclusivi]
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La Luna e il Mare.

CITAZIONE
I personaggi citati sono Elias Czech e Caleb (lo stesso Caleb di 'Simple Man' per capirci). La Cugina Erin appartiene invece a Bryn, così come Zia Iljana.

"Simple Man" linkalo, così il lettore non deve chiedersi dove debba cercarlo.

CITAZIONE
Sei nato con la certezza di essere la copia di un’altra persona.

Oh quanti soldi potresti fare, Noes...

CITAZIONE
Hai avuto un’infanzia? No. Un periodo di incubamento, piuttosto.

Bella.

CITAZIONE
E' tutto è cambiato.

ALT+0200 dà... È, sorpresa!

CITAZIONE
Per fare un paragone calzante, è come se ti avessero tirato un calcio nel sedere per buttarti di sotto. Rimani sorpreso, dolorante, senza fiato.
Perchè diavolo l'avete fatto? Mi sfracellerò di sotto!
Poi scopri di saper volare.
Il tuo calcio nel sedere personale: Erin.

Posso emozionarmi?
Beh, lo faccio.

CITAZIONE
Uno scricciolo dai capelli castani e gli occhi argento. Il sorriso luminoso e una parlantina francamente urtante per le tue orecchia abituate al cianciare monotono degli insegnanti.

orecchiE

CITAZIONE
Da quell’anno, ogni anno si era ripetuta, come un ciclo la sua venuta.

Metterei una virgola dopo "ciclo".

CITAZIONE
“E’ diventata seria, non trovi? Un po’ troppo...”

ALT+0200.
Te lo tatuo sul culo.

CITAZIONE
Finchè un giorno non sei esploso.

Finché.

CITAZIONE
Hai ascoltato "NeverMind The Bollocks" ad una bancarella di cd.

Sigle in maiuscoletto o maiuscolo.

CITAZIONE
Tuo padre ti ha picchiato, esigendo spiegazioni.
Tu ne avevi. Anche troppe.

Non so perché, ma è bella.

CITAZIONE
Hai poi girato l’America cibandoti di paesaggi, carità estranea e scaldando la voce per poterti scaldare la notte.

Gh.

CITAZIONE
Ti ha chiestouna notte che vi scaldavate nei pressi di un rimorchio, in una piazzola di sosta in mezzo al nulla americano. Lui suonava e tu cantavi Johnny Cash per sbronzi camionisti.

chiesto una




RAGAZZEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEE.
Ne voglio ancora. :D



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Nan lavi a anyen pa vo anyen.


 
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CITAZIONE (Dio's Bios @ 23/9/2007, 00:11)
Allora non ha senso mettere "obviously", perché loro stanno già parlando in americano.

Il racconto è stato pensato in quel modo.
Lo so che lei pensa e parla in quella sottospecie di inglese che parlano i miei personaggi di quell'ambiente e che io invece scrivo in italiano ma la parola "ovviamente" c'era nel racconto.
Però mi suonava stonata.
Così l'ho cambiata.
Perchè in inglese stava meglio.
Così come "UMP"

CITAZIONE
Mh, però il lettore non lo sa. A meno che tu poi non scrivi un altro racconto in cui palesi questo collegamento...
(Lo fai, mh? Tanto un tuo racconto sul genere mi piace a priori. :D )

Sto preparando qualcosa al riguardo, sempre con Celeste come voce narrante. Ma è un'opera più precisa ... più impegnativa.

CITAZIONE
Why "Havoc" in grassetto?

E' un film (visto il trailer in tv e su YouTube ma non è arrivato nelle sale di Trieste) e mi sembrava giusto citarlo così. Non so perchè.

CITAZIONE
Al posto delle **, non è meglio corsivare?

Se hai notato cerco di usare il corsivo per le parole straniere e poco altro. Quelle tra ** non lo sono (a meno che non abbia fatto qualche errore al riguardo)

CITAZIONE
"Cabron" in corsivo?

Ecco, appunto XD

CITAZIONE
Quel "por" lo metterei in italiano. Non è una parola tipica che richiama concetti propri di una lingua, indi sa di svolazzo di stile.

Infatti è quel che sembra :P

CITAZIONE
Metterei "coglioni", e "sfracassargli" non so se esiste. (Non che sia necessario... Ma nel caso andrebbe corsivato.)

Sì, va corsivato e riguardo "sfracassargli" ... io sento questo termine da una vita, ma potrebbe essere dialettale. Controllerò ed in caso vedrò di cambiarlo.

CITAZIONE
(Ma devo sottolineartelo o è una scelta?)

Sarebbe una scelta stilistica nella maggior parte dei casi, ma è anche vero che devo trovare uno stile unificato. Vedrò cosa scegliere e ti farò sapere.

CITAZIONE
Molto bello (come sempre, quando scrivi cose del genere), anche se ho brividi da misoginia lungo la schiena.

Ahahahahahahahahaha XD

CITAZIONE
La Luna e il Mare.



L'hai rimaneggiata ... ma continuo ad amarla, anche così.







Ed ora un'inedito (sì, perchè neanche N03 l'ha mai vista prima).

Questo personaggio ha una sua scheda ma ha fatto una sola apparizione prima di venire scartata perchè ... non particolarmente congeniale a ciò che facevamo sul momento od al personaggio a cui l'avevo idealmente indirizzata (che sta per impelagarsi con qualcuno di molto più adatto a lui).

Però mi spiaceva lasciarla cadere nel dimenticatoio e così le ho scritto qualcosa.

Ho colto pure l'occasione per presentare l'ambiente in cui lei vive e "girare" una scena che è esistente nella continuità del Condominio ma non è mai stata vista, solo raccontata da me a N03s1s.

Ah, N03, prima che mi bestemmi contro ... se non ti piace l'idea non accettarla, ma era una cosa che avevo in mente da quando ho creato questo personaggio. Dopotutto può sempre averlo perso strada facendo u_u, in maniera naturale intendo.

*Corre a nascondersi dalle legnate che probabilmente arriveranno*























Title: Sugar Powered Christmas

Disclaimer: Sugar Thing, la sua famiglia, Daddy Brown, Salvador Munos e Cristina Santos sono tutti miei, così come i PcHers presenti nel bar. "Il tizio" è di N03s1s. Rihanna è di se stessa, la canzone pure.

P.S. Lei vedetevela vestita come nel video che ho messo qui sotto (indica gli spoiler). Come nella parte in cui va a dare il via alla corsa.



Un gennaio da gelarsi il culo.
Fottuta New York, mai con una temperatura decente.
Sugar Thing non amava la sua città natale.
Non la odiava nemmeno.
Si limitava a sputarle addosso acide recriminazioni come gli altri tanti figli irriconoscenti della metropoli.
Quello ed a sculettarle sopra, facendo ticchettare i tacchi sul cemento gelido.
Sapeva di essere bella, Sugar Thing.
Era stata cresciuta per esserlo.
Avrebbe potuto essere una puttana di alto bordo, invece di una ragazza sensuale camminante nella parte marcia del marcio Bronx cittadino.
Invece no, era Sugar Thing, con una striscia di tessuto gelido attorno ai fianchi ed uno zainetto sulla spalla della giacchettina troppo leggera e corta.
Pelle scura più che caramellata ed un corpo che era facile immaginarselo impegnato ad inarcarsi su lenzuola luride.
Occhi neri e capelli tagliati in un caschetto un pò strano.
Un sorriso di zucchero ed un freddo boia a prenderle a ceffoni la pelle.
Hola querida e commenti degni della fama dei caseggiati popolari a seguirla come altri metaforici ceffoni sul culo.
Non che ci facesse caso.
Non che le dessero fastidio.
Non che ...
Niente.
Sugar Thing non aveva mai, e probabilmente non avrebbe mai neanche in futuro, pensato di poter essere qualcosa di diverso da ciò che era.
Per un periodo da bambina aveva sognato di essere una puttana e di poter andare via dalla casa di suo padre, ma poi le avevano dato il suo primo zainetto e l'avevano spedita fuori con le sue amiche.
A trovare uno zio che le aveva ricompensate con delle caramelle ed una busta da dare al papà.
Ma niente sesso.
Sugar Thing era roba di Brown, niente papponi ad allungare le mani, anche se ne sarebbe valsa la pena.
Pelle liscia tranne quando deformata dalle botte per le, poche, volte che aveva sbagliato strada od era tornata a casa con meno del previsto.
Daddy Brown non amava che le sue Sugar Thing sbagliassero.
Le sue bambine.
Daddy Brown aveva fatto delle figlie, fin troppo, un'industria casalinga.
Le poche volte che qualcuno veniva ammesso oltre la porta dell'appartamento si trovava immerso in un apparente mondo di pure donne, impegnate a truccarsi e svestirsi per uscire od a struccarsi e rivestirsi per stare in casa.
Un numero indefinito, dalle età altalenanti, di ragazze dalla pelle più scura del caramello ma più chiara del vero e proprio negro.
Capelli di varie lunghezze, tipi diversi di abiti e trucchi, ed un costante chiacchiericcio di persone, mai chiamate per nome, e di luoghi, sempre vagamente descritti.

"Ah've been 'ear the docks, ya know?"
"You gotta be kidding!"
"Nah, Ah swear!"
"By the Irishmen?"
"Which one?"
"The fatty?"
"Nah"
"Lemme guess, the old one?"
"Nah"
"Aisha, your turn!"
"I'm going down ladies. Hand me the backpack."
"Here! Nice and ready. Sally?"
"The fatty?"
"Already said"
"Near the docks where?"
"Shut up Nelly! You were never near the docks"
"I were!"
"Nah! Ya're kidding?"
"Sammy lay down the fucking south accent, or I put your fucking empty head down the fucking shitty potty."
"Yes Daddy Brown, I swear."
"Good girl, now gimme the money"
"So who were the one?"
"Nelly! Shut up!"
"Make me Diane!"

And so on

Sugar Thing, al secolo Aisha Brown, ci era abituata.
Era una figlia di mezzo, nata poco dopo che suo padre aveva iniziato ad industrializzare la famiglia.
Sin da bambina ci era stata in mezzo, alle chiacchiere ed alle domande.
Aveva appreso le regole di famiglia ancora prima di imparare a riconoscere quando una partita era buona o no.
E quello l'aveva imparato ai sei anni.
Nessuna delle figlie di Daddy Brown si sposava od andava a scodellare le figlie in altre famiglie.
Era la terza delle regole, quella che spiegava perchè la casa fosse sempre così affollata.
Sembrava che la famiglia Brown avesse difficoltà a dare figli maschi.
C'era Samuel, il futuro Daddy Brown, cresciuto da suo padre ad essere violento con le sorelle per ottenere quel che voleva appena lo chiedeva.
Nessun'altro.
Da Antoinette, mater familias delle ragazze trentadue anni quattro figlie illegittime che spaziavano tra il cino-negro americano al negro americano puro passando per il mulatto, a Sybille, quattro anni e quasi pronta a fare le sue prime consegne alla scuola di Harlem dove andava, erano tutte femmine.
Di madri diverse, quasi nessuna certa esattamente di quanto fosse sorella delle altre in senso fisico, erano una ventina, tra madri e figlie e zie e nipoti.
Tutte "figlie" di Daddy Brown.
Tutte sottomesse a lui ed a Samuel, ventisette anni di pura stronzaggine e figlio dell'unica donna non figlia o nipote di Daddy Brown a cui era stato concesso di restare in casa dopo il parto.
Un clan di femmine, quasi.
Narcocorridores, come dicevano i messicani, dalla prima all'ultima.
Corrieri della droga.
Tutte disposte a morire per proteggere Daddy Brown e Son Brown, come chiamavano il fratello.
Tutte Sugar Thing quando chiamate dal padre per un incarico od in giro per le strade.
La nostra Sugar Thing ripensava a quello mentre si chiedeva come avrebbe spiegato al tizio con cui scopava che non aveva la minima intenzione, né possibiltà ma non gli sarebbe andata a spiegare le regole della famiglia, di abortire e che non era credibile che gli permettesse di essere padre della bambina, sempre che non s'incazzasse già abbastanza perchè era incinta o perchè voleva rovinarsi la linea e partorire.
A quello ed a qualcos'altro.
Il tizio in questione aveva già un figlio, un hijo come dicevano da quelle parti.
Od almeno avrebbe dovuto averlo.
Mentre camminava sui marciapiedi gelati, con passo relativamente lento nonostante il freddo perchè cazzo la classe era tutto aveva detto Daddy Brown e quindi lei non avrebbe mai osato aumentare il passo a meno che costretta, Sugar Thing ripensò ad una scena di un paio di anni prima.

Ambiente: il bar dove stava andando.
Protagonisti: Salvador Munos, lo schifoso vecchio rudere allora a capo dei PcHers, una ragazzina secca con poche tette e due labbra fatte per succhiare.
Pubblico: Lei, Sugar Thing, in attesa di fare la sua consegna ed i PcHers presenti nel bar. Il padre del bambino non c'era.
Scena: La ragazzina entra, accolta da lazzi che sinceramente non meritava vista quanta poca mercanzia aveva. Chiede del vice della banda, facendo finta di non sentire da brava maleducata irrispettosa dei complimenti immeritati fatteli.
Munos, che stava nel suo angolo, si gira a squadrarla.
La ragazzina sembra dovutamente rimessa al suo posto dalla sola presenza dello schifoso, ma non demorde.
Si capisce che le è successo qualcosa di serio.
Gli uomini non ci sono ancora arrivati ma a Sugar Thing, che ha già visto almeno sei delle sorelle incinte, basta un'occhiata per capire il genere di serietà di cui si andava a parlare.
Munos le fa cenno di avvicinarsi.
Lei, coniglio spaventato da parte ricca del Bronx ovvero sulla soglia dell'indigenza, si avvicina.
Parlano un attimo a bassa voce.
E poi a lei arriva un ceffone.
Pesante.
Seguito da una scarica in spagnolo che il PcHers impegnato a fare il filo alla figa di Sugar Thing le traduce all'orecchio mentre le palpa il culo.
Lei lo lascia fare, non è nulla di nuovo e le interessa sapere il succo delle cose.
Ha capito bene.
La piccola è incinta.
Di uno che ha almeno sette anni di più.
Lo stesso su cui Sugar Thing si è rifatta gli occhi alla sua prima consegna presso la banda.
Lo stesso con cui Sugar Thing sta scopando nel presente ma non pensiamoci per il momento.
Il tizio se l'è scopata perchè Munos voleva che se la scopasse.
Perchè la piccola è la sorella di una che sta con uno di una banda potente, quelle che baciano il culo serbo dell'Alma Do Barrìo, o "la puta", la puttana, come la chiama Munos.
E l'ha messa incinta apposta.
Perchè gliel'ha detto Munos.
Gran figlio di troia, pensa Sugar Thing, ma dopotutto è il vice di Munos.
Uno in quella posizione ci tiene a non finire con il cervello sul soffitto solo per aver fatto girare le scatole al vecchio trombone.
E poi a lei piacciono i gran figli di troia.
Non s'intromette nella scena, lasciando che Munos appioppi un secondo ceffone alla ragazzina, mentre il PcHer accanto a lei fa scivolare la mano ad infilarsi negli shorts di Sugar Thing per palpare meglio il suo culo e sentire che il tanga è veramente tale.
Niente di nuovo sul fronte, e poi è single al momento della scena.
Alla meglio ci ricava una scopata nel retro ed una sigaretta, quando la situazione si calma e dopo aver incassato i soldi della consegna.
Oltre alla traduzione, che continua.
La piccola non deve neanche provarci a pensare ad abortire.
Deve tornare a casa e vivere con l'onore, per la zona in cui sono, e la vergogna, per dove abita lei e la sua famiglia, di avere nell'utero il figlio bastardo del figlioccio di Munos.
Perchè tanto il tizio non vuole figli, a meno che non li abbia da una mujer che possa sbattersi su basi stabili e la piccola è stata una cretina per aver anche solo pensato che al tizio potesse fregare di un figlio illegittimo.
E' messicano lui.
Sugar Thing continua a farsi i cazzi propri, guardandosi le unghie laccate di fresco.
I messicani sono tendenzialmente abbastanza religiosi e maschilisti, pensa.
Ma la faccia della ragazzina dice a lettere chiare e tonde che abortirà.
Volano un altro paio di ceffoni e poi Munos la trascina fuori per i capelli, per cacciarla.
Sugar Thing si alza, facendo segno al PcHer accanto a lei di stare buono e promettendogli con un bacio appena accennato ed una strizzata d'occhio che avrà quel che vorrà, e prende un sorso della schifosa Corona che si costringe a bere di fronte alla banda messicana.
Fine scena

Sugar Thing pensa a questo ed alla sua famiglia mentre prende il cellulare da una delle due tasche interne della sua micro-giacca.
Fa il numero della Mater Familias e chiama.

"'nette"
"Sugar Thing dei PcHers."
"Ci sono problemi?"
"Nah. E' meglio se non glielo dico, ah?"
"'isha, non è roba sua. E' roba nostra. Tra poco sparirai in casa perchè non possiamo permetterci che una di noi venga vista incinta."
"Eh"
"Non ci scopi neanche su basi stabili 'isha. Ogni tanto, quando gli gira bene, ti sbatte un pò. Pensi forse che gliene fotta qualcosa?"

Ripensa alla scenata di Munos alla piccola, mentre la sorella parla con qualcuno a casa.

"'isha?"
"Seh?"
"Daddy Brown ha detto no."
"'Kay."

Questo sistema tutto.
Un "no" di Daddy Brown viene prima di un "sì" della fottuta Alma o del rincoglionito Padreterno.
Sugar Thing chiude la chiamata, le idee, la bocca ed il cellulare e fa scivolare quest'ultimo nella tasca interna della giacca da cui l'ha tirato fuori.
Passa in mezzo ai motociclisti guardando le giacce con la scritta PcHers e sorride loro, accettando un paio di manate amichevoli sul culo e scansando un abbraccio inopportuno.
Apre la porta ed entra nel bar.
Solo un altro giorno nella sua vita, a consegnare una partita di droga che regalerà a qualcuno un Natale alla Polvere di Zucchero come l'ha chiamato Daddy Brown.
Ed a lei piace così.

Edited by JhaernylZisrith - 30/9/2007, 16:10

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CITAZIONE
Il racconto è stato pensato in quel modo.
Lo so che lei pensa e parla in quella sottospecie di inglese che parlano i miei personaggi di quell'ambiente e che io invece scrivo in italiano ma la parola "ovviamente" c'era nel racconto.
Però mi suonava stonata.
Così l'ho cambiata.
Perchè in inglese stava meglio.
Così come "UMP"

As ya wish. :P

CITAZIONE
E' un film (visto il trailer in tv e su YouTube ma non è arrivato nelle sale di Trieste) e mi sembrava giusto citarlo così. Non so perchè.

Il punto che non tieni (mai) in considerazione è che tu meriteresti di essere letta su carta stampata, in un libro di cui sei l'autrice.
Per questo ti rompo le palle con le inezie quali questa. A me puoi rispondere "l'ho fatto ma non so perché", ma se ti trovi a pubblicare e l'editore punta il dito su una cosa come questa (è atipico vedere del grassetto per il nome di un film), devi sapergli dare una spiegazione che lo convinca a mantenere quel grassetto.

CITAZIONE
Se hai notato cerco di usare il corsivo per le parole straniere e poco altro. Quelle tra ** non lo sono (a meno che non abbia fatto qualche errore al riguardo)

Le ** sono retaggio di Internet. Scrivere *miao* equivale a scrivere miao - solo che nelle chat in cui ciò accadeva, la chat formattava automaticamente, e se tu scrivevi *miao* si visualizzava miao - esattamente come è retaggio di IRC scrivere "/me fa questo": IRC formattava e compariva "Dio's Bios fa questo". Quando l'utente si trovava su un altro programma di chat, scriveva ugualmente *miao* e /me, anche se il programma non formattava. Da questo l'uso delle ** si è affiancato al corsivo, ma le due cose corrispondono.

CITAZIONE
Infatti è quel che sembra :P

Non fare cose che possano farti tacciare da scrittrice che osa a caso. :P

CITAZIONE
Sarebbe una scelta stilistica nella maggior parte dei casi, ma è anche vero che devo trovare uno stile unificato. Vedrò cosa scegliere e ti farò sapere.

Okok, intanto non te lo sottolineo.




Sugar powered christmas.

CITAZIONE
P.S. Lei vedetevela vestita come nel video che ho messo qui sotto (indica gli spoiler). Come nella parte in cui va a dare il via alla corsa.

La vedo, la sto vedendo, continuerò a guardarmela.
( *O* )
... Ora torno alla fic.

CITAZIONE
"Ah've been 'ear the docks, ya know?"
"You gotta be kidding!"
"Nah, Ah swear!"
"By the Irishmen?"
"Which one?"
"The fatty?"
"Nah"
"Lemme guess, the old one?"
"Nah"
"Aisha, your turn!"
"I'm going down ladies. Hand me the backpack."
"Here! Nice and ready. Sally?"
"The fatty?"
"Already sayid"
"Near the docks where?"
"Shut up Nelly! You were never near the docks"
"I were!"
"Nah! Ya're kidding?"
"Sammy lay down the fucking south accent, or I put your fucking empty head down the fucking shitty potty."
"Yes Daddy Brown, I swear."
"Good girl, now gimme the money"
"So who were the one?"
"Nelly! Shut up!"
"Make me Diane!"

AAAAAAAAAAAAAAAARGH.
Sono nella fottuta America, è OVVIO che parlino in americano. :P
Piuttosto, scrivi tutto il pezzo in inglese/americano.
(Lemme non è un po' da italo-americano?)
CITAZIONE
"Already sayid"

(said?)

CITAZIONE
La nostra Sugar Thing ripensava a quello mentre si chiedeva come avrebbe spiegato al tizio con cui scopava che non aveva la minima intenzione, nè possibiltà



CITAZIONE
Ambiente: il bar dove stava andando.
Protagonisti: Salvador Munos, lo schifoso vecchio rudere allora a capo dei PcHers, una ragazzina secca con poche tette e due labbra fatte per succhiare.
Pubblico: Lei, Sugar Thing, in attesa di fare la sua consegna ed i PcHers presenti nel bar. Il padre del bambino non c'era.
Scena: La ragazzina entra, accolta da lazzi che sinceramente non meritava vista quanta poca mercanzia aveva. Chiede del vice della banda, facendo finta di non sentire da brava maleducata irrispettosa dei complimenti immeritati fatteli.

Bellissima questa presentazione.
(E anche tutta la descrizione della scena, in verità.)

CITAZIONE
Sugar Thing pensa a questo ed alla sua famiglia mentre prende il cellulare fuori da una delle due tasche interne della sua micro-giacca.

Prende il cellulare da...
Tira fuori il cellulare da...
Non "prende... fuori"






Grazie, Jhae.
Attendiamo altri pezzi, e poi altri ancora.



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Nan lavi a anyen pa vo anyen.


 
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CITAZIONE (Dio's Bios @ 30/9/2007, 15:54)
Il punto che non tieni (mai) in considerazione è che tu meriteresti di essere letta su carta stampata, in un libro di cui sei l'autrice.
Per questo ti rompo le palle con le inezie quali questa. A me puoi rispondere "l'ho fatto ma non so perché", ma se ti trovi a pubblicare e l'editore punta il dito su una cosa come questa (è atipico vedere del grassetto per il nome di un film), devi sapergli dare una spiegazione che lo convinca a mantenere quel grassetto.

Suppongo che il fatto che io non tenti neanche di farmi pubblicare non conti, giusto? :P

CITAZIONE
Le ** sono retaggio di Internet. Scrivere *miao* equivale a scrivere miao - solo che nelle chat in cui ciò accadeva, la chat formattava automaticamente, e se tu scrivevi *miao* si visualizzava miao - esattamente come è retaggio di IRC scrivere "/me fa questo": IRC formattava e compariva "Dio's Bios fa questo". Quando l'utente si trovava su un altro programma di chat, scriveva ugualmente *miao* e /me, anche se il programma non formattava. Da questo l'uso delle ** si è affiancato al corsivo, ma le due cose corrispondono.

Sì, ricordo IRC ... aria nostalgica

CITAZIONE
Non fare cose che possano farti tacciare da scrittrice che osa a caso. :P

Eviterò :P





CITAZIONE
La vedo, la sto vedendo, continuerò a guardarmela.
( *O* )
... Ora torno alla fic.

Rihanna è un gran bel pezzo di figa, sì sì :woot:

CITAZIONE
AAAAAAAAAAAAAAAARGH.
Sono nella fottuta America, è OVVIO che parlino in americano. :P
Piuttosto, scrivi tutto il pezzo in inglese/americano.

Spiegami come rendo un accento del sud americano in italiano ... inoltre lo stacco tra narrazione italiana e dialogo inglese è fottutamente voluta, proprio per tentare di dare la sensazione del ritmo sincopato e quasi assordante del dialogo.
E' veloce, è americano, è incasinato.
Deve essere così.

CITAZIONE
(Lemme non è un po' da italo-americano?)

Non saprei, io l'ho sentito dai rapper americani su MTV ....

CITAZIONE
(said?)

Incasso e porto a casa ... io ed i verbi :rolleyes:

CITAZIONE
Bellissima questa presentazione.
(E anche tutta la descrizione della scena, in verità.)

Come per un copione già visto mille volte che si ripete per la milleunesima replica.





CITAZIONE
Grazie, Jhae.
Attendiamo altri pezzi, e poi altri ancora.

Sempre che N03 non mi sgozzi per aver ventilato l'idea di un figlio al suo pg ... visto che tanto odia che io le faccia scoprire le cose in tandem con i suoi pg.
(Anche se qui, devo dire, si suppone che il suo pg non lo sappia quindi ... forse mi salvo? :lol: )

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And like that ...
... he's gone.

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CITAZIONE
Suppongo che il fatto che io non tenti neanche di farmi pubblicare non conti, giusto? :P

Esattamente. :P

CITAZIONE
Spiegami come rendo un accento del sud americano in italiano ... inoltre lo stacco tra narrazione italiana e dialogo inglese è fottutamente voluta, proprio per tentare di dare la sensazione del ritmo sincopato e quasi assordante del dialogo.
E' veloce, è americano, è incasinato.
Deve essere così.

E allora scrivilo in americano.
Se tu avessi bastante padronanza lo faresti - non ce l'hai, quindi attui questa paracula via di mezzo. E sarebbe ok, se la parte fosse in francese. Ma la parte è in americano, quindi non va ok. :P

Chiediamo a Noes di essere clemente. ;)



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Torno portando tre nuove ficcine ... due delle quali drabble.


Title: Traffic Light

Disclaimer: Linda e Iya sono mie. Le loro facce sono delle persone a cui mi sono ispirata per loro.


Si guardarono.
Non si erano mai incrociate.
Vivevano nello stesso palazzo, passavano per le stesse strade, ma erano involontariamente riuscite ad evitarsi quasi sempre.
Senza saperlo si erano tenute a distanza.
Una di loro trovava fascinazione nel fuoco e lo alimentava per il puro gusto di vederlo fagocitare interi palazzi.
L’altra era fuoco, lo era sempre stata sin da prima di capire che chiunque avrebbe toccato sarebbe rimasto in qualche modo segnato da lei e dalle sue fiamme interiori.
Una di loro era convinta che il fuoco sarebbe stato accogliente con lei, che avrebbe potuto lavare via ogni suo dolore e sofferenza.
L’altra nel fuoco ci era passata, letteralmente, e ne portava i segni addosso a memoria della scoperta che essere fuoco dentro non bastava a renderti indistruttibile.
Una di loro era una piromane.
L’altra era fuego.
Avevano vite totalmente diverse e nessun interesse a mischiarsi assieme.
L’altra conosceva l’una di loro per sentito dire.
Alcune voci di corridoio…
… dei pettegolezzi …
… qualche frase fuori dalle sale del potere …
… un grugnito irritato da un collega taciturno.
Non molto, quanto bastava da avere un’idea di chi fosse e di quanto poco potesse interessarle.
Una di loro conosceva l’altra solo di nome e non aveva mai neanche immaginato di collegare il nome ad un volto ad un corpo.
Semplicemente le loro vite erano continuate senza che l’arrivo di una di loro incidesse granchè sulla vita dell’altra.
Coesistevano nello stesso ambiente, fuego ed un adoratrice delle fiamme più feroci e scarificanti che potessero esistere.
Nitroglicerina e detonatori in attesa di essere attivati.

Si guardarono.
Una di loro stava roteando attorno al medio della mano destra un kunai mentre si grattava i capelli con una grossa pistola retta nella mano sinistra.
L’altra era in sella alla sua moto, fondina al fianco e mani sul manubrio.
Una di loro era un’adolescente in cui capelli neri e trucco oscuro si mischiavano ad un aspetto a metà tra il ninja di Naruto ed una punk ribelle da film trash-pulp.
L’altra era una donna fatta con occhi intensi come fiamme feroci e vestiti da motociclista di pelle nera.
Una di loro stava aspettando che scattasse il rosso per attraversare la strada di fronte alle macchine in partenza.
L’altra sgasava leggermente in attesa del verde per partire a tutta velocità.

Si guardarono.
Una di loro stava ascoltando i Dragonforce.
L’altra stava cercando di levarsi dalla testa una theme western.

Si guardarono.

Il rosso scattò per i pedoni.

Si guardarono.

Una di loro scattò attraverso la strada a tutta velocità.
L’altra accellerò, sgommando in avanti.

Si guardarono.
Una di loro dovette inchiodare mentre due occhi fuoco, un bolide di metallo bollente ed abiti di pelle nera le passavano davanti, inseguiti dall’odore di gomme bruciate.
L’altra lesse una fame di sofferenza e punizione nella postura di una di loro, nel modo in cui la guardava con occhi sgranati ed affamati.

Non si guardarono più.
L’altra mantenne l’alta velocità sparendo dietro l’angolo, diretta verso l’uomo che doveva proteggere e già dimentica dell’incontro, perché non aveva senso fermarsi a pensare a qualcuno che probabilmente sarebbe finito nella pagina dei morti di qualche giornale della settimana successiva.
L’una di loro riprese la sua corsa e riuscì ad arrivare dall’altro lato della strada. Per la prima volta da molti anni non sentì il disappunto che solitamente lacerava la consapevolezza di essere ancora viva e sana nel corpo.

Non si guardarono più.
L’una di loro sentì che per qualche secondo era stata toccata da una personalità così forte che avrebbe potuto ridurla a ceneri fumanti. Si appoggiò al muro mentre il familiare dolore allo stomaco la spingeva a piegarsi, sputando sangue. Mentre assaggiava il gusto ferroso del proprio sangue rimpianse di non avere idea di come ritrovare quel fuoco così forte da farla sperare di essere annientata.
L’altra si godette il vento sul viso, senza dedicare più di mezzo pensiero sfuggevole al, nelle sue previsioni, futuro cadavere. Quel che qualcuno decideva di fare o meno con la propria coscienza non le fregava.

Non si guardarono più.
L’una di loro andò a controllare le schematiche della bomba incendiaria che aveva in mente.
L’altra continuò per la sua strada, bruciando chiunque venisse in contatto con lei, poco o molto a seconda della persona.

Non si guardarono più.
Non s’incrociarono più.
I detonatori andarono altrove, la nitroglicerina rimase lì, a bruciare le strade del quartiere.
E salvarono un sacco di guai a fin troppa gente.










Title: Ireland Green

Disclaimer: Nina è mia, qualsiasi cosa possano dire Ariy, Ivan e Liam.



Verde.
Verde irlandese.

Incontestabilmente verde.
Brillante, intenso, luminoso …
… verde.
Il mondo fuori dalla finestra aveva deciso che il cibo, le bevande, gli abiti e parte della pelle delle persone che consumavano i primi due ed indossavano i terzi avevano bisogno di un ritocco.
Non solo.
Anche le case, l’acqua e le strade.
Il mondo fuori dalla finestra sembrava essere convinto nella sua idea di mandare un messaggio a chi gli camminava sulle spalle.
Un messaggio verde, senza parole verdi ma con contenuti verdi per persone che avrebbero voluto essere verdi su un terreno verde pur quando privo di erba.

Verde.
Verde irlandese.

Verde.
Nina Vgavrok fu Roman in Grady si fece discretamente il segno della croce e chiese silenziosamente perdono a tutte le donne Roman e Vgavrok che l’avevano preceduta ed a cui il suo elegante, candido stile si era sempre ispirato in rispetto di una centenaria tradizione.
Indossò l’elegante ed accollato abito verde intenso, assicurandosi che il colletto coprisse la gola e che l’abito cadesse alla perfezione.
Sollevò la collana di lucido argento in cui era stato incastonato uno smeraldo e se l’allacciò al collo, completando la parure di gioielli composta anche dagli orecchini costruiti con gli stessi due materiali.
Abbassò lo sguardo sui cosmetici che la moglie del miglior amico di suo marito le aveva portato il giorno prima e si sedette con grazia di fronte all’antica specchiera davanti alla quale ogni mattina si pettinava e truccava ed ogni sera si rilassava.
Continuò ad osservare i cosmetici per diversi minuti.

Verde.
Verde irlandese.

Prese l’astuccio dell’ombretto in mano e studiò i tre colori allineati.
Verde bosco.
Verde chiaro.
Verde irlandese.
Adulto.
Adatto.
Chiassoso.
Si guardò allo specchio per diversi minuti prima di abbassare lo sguardo sulla fede al suo anulare sinistro.
“Sarà meglio che apprezzi”
Mormorò alla stanza vuota e l’aria si ghiacciò in tutto il piano con il brivido della minaccia che passa per avvertimento ma in realtà è silente constatazione.
Prese il pennellino e lo strofinò sull’ombretto.

Verde.
Verde irlandese.








Title: The Call of Food

Disclaimer: Iljana ed Erich sono miei, Goran e Daniil (e Hilario e Dorian) si mettano in coda



“Devi capire … cucinare non è un’arte e neanche una professione.”
La donna, impegnata a mescolare un sugo, voltò il viso verso il suo interlocutore e gli sorrise da sopra la propria spalla.
Il ragazzo, con addosso una felpa della S.W.A.T., annuì ascoltandola attento.
“E’ come per i religiosi, secondo me. C’è chi è portato e chi no, ovviamente, ma devi proprio sentirla.”
Lui si alzò.
La passava di molto, giganteggiando su di lei con i suoi quasi-due-metri di muscoli perfettamente allenati ed ariana bellezza, ma si mosse con tranquilla nonchalance.
Le si affiancò, studiando il colore del sugo.
Si chinò in avanti annusandolo.
Assaggiò dal mestolo di lei un pezzetto di carne.
“Che ne dici?”
Lei lo guardò, con occhi argentati che il tempo aveva reso esperti e dolci pur consentendo loro di rimanere adolescenziali ed acuti.
Lui ricambiò lo sguardo, con occhi azzurri così inespressivi che non riuscivano a nascondere un genuino candore ed una gioia infantile ad essere interpellato da una simile autorità nel campo culinario.
“Cipolla, carote, sedano, carne rosolata, vino rosso italiano invecchiato almeno dieci anni, sugo di pomodoro, sale, pepe, chiodi di garofano.”
Normalmente avrebbe recitato ma, per la prima volta da anni in vita sua, si trovava in un campo in cui era novizio.
Lei sollevò una mano, accarezzandogli i capelli maternamente.
Lui inclinò la testa di lato per permetterle il gesto.
“Sì, hai talento.”
Confermò, portando negli occhioni da cucciolo di lui un’espressione di deliziato imbarazzo.
“Ora cosa faresti?”
Continuò lei.
Lui la guardò, per poi osservare il sugo con estrema attenzione. Stava consumandosi, sobbollendo piacevolmente.
“Resterei qui a controllare il consumarsi del sugo, mescolandolo spesso. Aspetterei che raggiunga uno stato in cui non è né liquido né rappreso e poi spegnerei il fuoco.”
Disse, a bassa voce.
Come temendo di dire qualche eresia che avrebbe offeso l’autorità culinaria che si era complimentata con lui.
Lei lo guardò per qualche secondo, poi gli sorrise, dandogli una pacca sulla spalla.
“Vedremo se sentirai la vocazione. Si scoprirà con il tempo … ma direi che sei promettente.”
La guardò con occhi splendenti.
Aveva accettato.
Gli avrebbe insegnato a cucinare!
“Jawohl meine frau”
Chinò la testa, rispettoso.
“Chiamami Iljana, Erich.”
Sollevò il volto in tempo per cogliere l’indulgente sorriso e sentì di aver trovato qualcosa di più di una Divinità Culinaria che aveva scelto di prenderlo come Novizio al proprio Culto.
Il Meine Liebe era Il Dio che più di ogni altro governava la sua vita: l’Assoluta Divinità.
Il Sergente era Il Padre dell’Antico Testamento Cristiano.
L’Alma era La Madre che gli antichi pagani avevano venerato.
Con lei, assieme al Sergente ed al suo Meine Liebe, la sua personale Trinità era completata.
Ed avrebbe potuto dimostrare di avere La Vocazione Alla Cucina.
La sua vita era perfetta.

Edited by JhaernylZisrith - 11/11/2007, 21:55

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La vostra mitomane di fiducia...

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Status: Offline: ultima azione eseguita il 20/11/2009, 18:06


La prima a recensirti, ovviamente.
(Trattandosi sì, di personaggi che adoro in toto.)

Traffic Light: Non avevo mai pensato a confrontare questi due personaggi, ma effettivamente, mentre una cerca il fuoco, l'altra lo è. Interessante confronto, sul serio ^^ Ed Iya è sempre stata pazza al punto giusto. Anche se la mia simpatia imperitura finisce sempre per andare a Linda. ^_^

Ireland Green: Nina, ti adoro. (e adesso so anche il suo cognome). Bellissima la descrizione della percezione del verde dei nostri Harpies.

The Call Of Food: Amo Erich. Amo quel tenero cucciolone psicotico, con gli occhi puliti da bambino e la fisicità di un naziskin sotto anfetamine. Come si fa a non amarlo? E' un quadretto semplicemente delizioso... Sai che prenderò spunto per farne qualcosa? Ma il grembiulino, aveva il grembiulino rosa? :D

A parte i commenti idioti. Mi piace il tuo stile Bryn, l'hai sempre saputo. Veloce, rapide pennellate e personaggi caratterizzati benissimo. Non mi piacciono molto le Drabble, ma queste erano semplicemente deliziose.

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Penetrava attraverso la vita come una lama; e al tempo stesso restava al di fuori, spettatrice.
(Ms. Dalloway, Virginia Woolf)

There is no dark side of the moon, really. Matter of fact, is all dark...
(Eclipse, Pink Floyd)
 
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Traffic Light.
CITAZIONE
Disclaimer: Linda e Iya sono mie. Le loro facce sono delle persone a cui mi sono ispirata per loro.

E noi le vogliamo vedere. :P

CITAZIONE
Una di loro trovava fascinazione nel fuoco e lo alimentava per il puro gusto di vederlo fagocitare interi palazzi.
L’altra era fuoco, lo era sempre stata sin da prima di capire che chiunque avrebbe toccato sarebbe rimasto in qualche modo segnato da lei e dalle sue fiamme interiori.
Una di loro era convinta che il fuoco sarebbe stato accogliente con lei, che avrebbe potuto lavare via ogni suo dolore e sofferenza.
L’altra nel fuoco ci era passata, letteralmente, e ne portava i segni addosso a memoria della scoperta che essere fuoco dentro non bastava a renderti indistruttibile.

Due pennellate, due quadri, due persone, un'idea. Grande, Jhae.

CITAZIONE
Semplicemente le loro vite erano continuate senza che l’arrivo di una di loro incidesse granchè sulla vita dell’altra.

granché

CITAZIONE
Nitroglicerina e detonatori in attesa di essere attivati.

Bella. Bella! BELLA!

CITAZIONE
Una di loro stava roteando attorno al medio della mano destra un kunai mentre si grattava i capelli con una grossa pistola retta nella mano sinistra.

Was ist "kunai"?

CITAZIONE
Una di loro era un’adolescente in cui capelli neri e trucco oscuro si mischiavano ad un aspetto a metà tra il ninja di Naruto ed una punk ribelle da film trash-pulp.

Non usare serie modaiole come riferimenti a cui aggrapparti. Fra dieci anni nessuno saprà più chi è Naruto.

CITAZIONE
Per la prima volta da molti anni non sentì il disappunto che solitamente lacerava la consapevolezza di essere ancora viva e sana nel corpo.

Tutta da quotare.

Ireland Green.
Niente da dire.
Amo le drabbles perché mi permettono di leggerti anche se non ho tempo.

The Call of Food.
Hai mai pensato alla professione di copywriter?
CITAZIONE
“Jahvol meine frau”

Jawohl :P



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Nan lavi a anyen pa vo anyen.


 
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CITAZIONE (Noesis2 @ 10/11/2007, 14:37)
Traffic Light: Non avevo mai pensato a confrontare questi due personaggi, ma effettivamente, mentre una cerca il fuoco, l'altra lo è. Interessante confronto, sul serio ^^ Ed Iya è sempre stata pazza al punto giusto. Anche se la mia simpatia imperitura finisce sempre per andare a Linda. ^_^

Linda è una delle colonne del nostro Barrìo, a modo suo. Iya ci è solo passata ... ma avevano il potenziale di spazzare via tutto se avessero fatto scattare la potenziale alchemia. Avevo i miei motivi per non metterle mai in una stanza assieme XD

CITAZIONE (Noesis2 @ 10/11/2007, 14:37)
Ireland Green: Nina, ti adoro. (e adesso so anche il suo cognome). Bellissima la descrizione della percezione del verde dei nostri Harpies.

Nina sa di essere adorata ed approva.
La descrizione me l'ha sparata nella mente Aodhàn ed ha rifiutato di farsi ignorare ^^;

CITAZIONE (Noesis2 @ 10/11/2007, 14:37)
The Call Of Food: Amo Erich. Amo quel tenero cucciolone psicotico, con gli occhi puliti da bambino e la fisicità di un naziskin sotto anfetamine.

Anfetamine e steroidi

CITAZIONE (Noesis2 @ 10/11/2007, 14:37)
Come si fa a non amarlo? E' un quadretto semplicemente delizioso... Sai che prenderò spunto per farne qualcosa? Ma il grembiulino, aveva il grembiulino rosa? :D

Ho già dato al proposito e tu lo sai XD

CITAZIONE (Noesis2 @ 10/11/2007, 14:37)
A parte i commenti idioti. Mi piace il tuo stile Bryn, l'hai sempre saputo. Veloce, rapide pennellate e personaggi caratterizzati benissimo. Non mi piacciono molto le Drabble, ma queste erano semplicemente deliziose.

Sempre felice di incontrare i tuoi gusti ^^







CITAZIONE (Dio's Bios @ 11/11/2007, 19:41)
Traffic Light.
CITAZIONE
Disclaimer: Linda e Iya sono mie. Le loro facce sono delle persone a cui mi sono ispirata per loro.

E noi le vogliamo vedere. :P

Eccole qui:

Linda


Iya

Jhae è impegnata a passarsi più di 150 pagine di preferiti su Deviantart cercando una fottuta singola immagine finita chissà dove...

CITAZIONE (Dio's Bios @ 11/11/2007, 19:41)
Due pennellate, due quadri, due persone, un'idea. Grande, Jhae.

I personaggi collaborano.

CITAZIONE (Dio's Bios @ 11/11/2007, 19:41)
Was ist "kunai"?

This is "kunai":


CITAZIONE (Dio's Bios @ 11/11/2007, 19:41)
Non usare serie modaiole come riferimenti a cui aggrapparti. Fra dieci anni nessuno saprà più chi è Naruto.

Vedrò di sistemare in qualche modo ...

CITAZIONE (Dio's Bios @ 11/11/2007, 19:41)
The Call of Food.
Hai mai pensato alla professione di copywriter?

Ho un vuoto di memoria ... was ist?


CITAZIONE (Dio's Bios @ 11/11/2007, 19:41)
Jawohl :P

Ora correggo u_u

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CITAZIONE
Eccole qui:

Ehm, il link diretto a immagine non funziona. Cmq. Jessica Alba?

CITAZIONE
This is "kunai":

Arigato.

CITAZIONE
Ho un vuoto di memoria ... was ist?

Das ist: lebe.

CITAZIONE
Ora correggo u_u

Prafa pimpa. Pàpà ora folere più pene a te. :P



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Nan lavi a anyen pa vo anyen.


 
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CITAZIONE (Dio's Bios @ 11/11/2007, 21:59)
Ehm, il link diretto a immagine non funziona. Cmq. Jessica Alba?

A me funziona :blink: ... me le visualizza.

Specifichiamo: Jessica Alba in Dark Angel e solo quando porta giacche o maglie a maniche lunghe.

Ci sono una serie di motivi specifici ma basilarmente ...

  1. Jessica Alba
  2. : Linda è sempre stata Jessica Alba sin da quando ha avuto un'età per cui erano accettabili foto della Alba (la prima adolescenza visto che Jessica Alba faceva l'adolescente in Flipper - La serie TV).

  3. Dark Angel
  4. : Linda è una motociclista nel cuore e nell'anima di fuego che possiede. Veste giacche di pelle nera, top un pò corti, pantaloni aderenti. Ha i capelli scuri ed uno sguardo serio, che ti fa capire che non sono ha, metaforicamente, le palle ma le ha pure cubiche. Jessica Alba in Dark Angel soddisfa i requisiti in maniera estremamente soddisfacente.

  5. Giacche o maglie a maniche lunghe
  6. : Linda tende a mostrare le sue braccia il meno possibile. Normalmente ha sempre maglie a maniche lunghe o una delle sue giacche di pelle addosso. D'estate porta la giacca di pelle sopra i top, a meno che proprio non stia crepando di caldo. Tutto questo perchè Linda sa che, se scoprisse le braccia, attirerebbe il triplo dell'attenzione e non in positivo. Per quanto possa essere, spesso, una stronza sommariamente egoista non le piace sconvolgere i bambini giusto per ... e d'estate ci sono parecchi bambini in giro.


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Title: Something

Disclaimer: Iljana è mia. Hilario è di N03s1s. Il volto di Hilario appartiene a Francis Capra.




C’era qualcosa nella pelle.
Nel modo in cui la notte sembrava assorbire l’oscurità e di giorno, sotto il sole, sembrava caramello luccicante appena uscito dal forno.
Pelle calda, morbida, con saldi muscoli sotto la stoffa dei top macchiati d’olio che indossava in officina.
Lievemente salata quando ci passava le labbra e sempre impregnata da un odore che non era un profumo ma che era olio, sudore, metallo di pistola, pelle e qualcosa che la faceva impazzire ma a cui ancora non aveva saputo dare nome.
Non si sarebbe stancata mai di avere le mani su quella pelle, le dita pressate sulla superficie segnata dall’inchiostro e dalle cicatrici.
C’era qualcosa nella pelle.
C’era qualcosa negli occhi.
Occhi maturi, pieni di quella saggezza cinica comprata per niente pagata fin troppo e valutata due soldi solo perché proveniente dalla strada quando in realtà era la più nuda e veritiera del mondo.
Scuri e bollenti, un oceano ad agosto senza luce ad illuminarlo.
Profondi e così facilmente infiammabili da farsi bastare una parola od un gesto per prendere più vita che mai e preludere a dichiarazioni smozzicate sotto forma di brontolii e rimproveri.
C’era qualcosa negli occhi
C’era qualcosa nel sorriso.
Mai un vero sorriso, non per i primi mesi.
Non per i primi anni.
Sempre un sogghigno, talvolta un sarcasmo, saltuariamente nervoso, ogni tanto pigro, incostantemente annoiato, occasionalmente divertito, ripetutamente languido, volentieri pericoloso, continuamente esasperato.
Era chiuso in sé stesso, proteggendosi e proteggendo la sua famiglia persino da lei.
Specie da lei.
Il sorriso era umoralmente sincero ma fottutamente irreale.
C’era qualcosa nel sorriso
C’era qualcosa nella voce.
Calda, accentata.
Bassa, seducente.
Languida, focosa.
Allegra, sarcastica.
Feroce, d’avvertimento.
Sincera, roca.
Intensa, rovente.
Pronta a nascere e morire sulla curva del suo collo, nel profondo della notte.
C’era qualcosa nella voce
C’era qualcosa nelle mani.
Mani callose, abituate a lavorare su motociclette e macchine.
Addestrate a stringere pistole e premere grilletti, senza fermarsi a pensare al dopo perché tanto il dopo non riguardava loro.
Insospettabilmente gentili nell’accarezzarla e dal palmo perfetto per accogliere la forma del suo seno.
Dure per afferrarla e stringerla, spingendola al muro quando sentiva il bisogno di fermarla e provare ad aprirle gli occhi sui fatti della vita, a lei, la stupida ragazzina.
Ferme sulla curva dei suoi glutei o lungo le sue cosce, toccando e prendendo ciò che si arrogavano il diritto di possedere senza porsi alcuna questione.
C’era qualcosa nelle mani
C’era qualcosa nel suo sangue.
Lui.
Nel sangue di lei c’era lui.
C’era tutto nel suo sangue.

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Title: Mysterious Stranger

Disclaimer: Iljana Yelchin è mia. Goran Yelchin è di N03s1s, Connor pure. Iljana ha la faccia della modella Aleksandra Vukovic, Goran ha la faccia di Jared Leto coi capelli lunghi, Connor è troppo piccolo per essere già simile a Cillian Murphy.




- Mai e sempre in un’universo alternativo ma non così improbabile


La notte sopra di lui era limpida, trapuntata di stelle brillanti.
La sabbia sotto di lui era morbida, rasposamente invadente.
La ragazza appoggiata a lui era un frammento di luna scivolato in mare ed uscito dalle onde a dargli il benvenuto.
Capelli corvini come la notte, pelle chiara come latte ed occhi di puro argento fissati su di lui.
“Chi sei?”
Mormorò lei, baciandogli morbidamente la pelle della spalla con labbra morbide.
Lui sorrise alla notte, stringendosela accanto per un istante lungo come un’eternità e troppo breve per essere veramente duraturo.
Era solo di passaggio, solo di passaggio verso altri luoghi.
Un roadie, privo di radici e di origini eppure incatenato a quegli occhi d’argento.
“Un misterioso straniero”
Mormorò, prima di girarsi su un fianco e chinarsi su di lei, baciandola come a non volerle lasciare respiro e pensando confusamente che se anche gliel’avesse rubato, il respiro, sarebbe stato solo per amore egoista, per tenerla con sé di lì all’eternità.


- Woodstock 1969


Goran Yelchin, steso sul prato di Woodstock completamente nudo, sollevò lentamente la canna che teneva tra le mani e la fissò con occhi distanti una galassia.
“Cazzo, questa sì che è roba buona.”
Iljana Yelchin, sua sorella gemella seduta lì vicino con un lungo vestito bianco, gli allungò un calcio per abitudine continuando a cullare il bambino di tre anni circa che teneva tra le braccia.
Il loro bambino.
“Idiota”

Edited by JhaernylZisrith - 1/12/2007, 17:24

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Title: Before

Disclaimer: Iljana Yelchin è mia, da grande sarà la modella Aleksandra Vukovic. Goran è di N03s1s, da grande sarà Jared Leto con i capelli lunghi. La storia è ambientata tra gli anni '40 e '50. (Iljana arriva a New York a 21 anni nel 1960, quindi è nata nel '39 se non ho sballato i conti come al mio solito)

Note: Fic di compleanno, un pò in ritardo, per N03s1s. Tanti auguri!


Quattro anni.
Il tuo mondo era meraviglioso.
Stavi stesa su una morbida pelliccia nel soggiorno principale del mondo per come lo conoscevi tu allora.
Il caminetto era acceso e spandeva un delizioso calore, che si mischiava a quello della forma stesa accanto a te.
L’altro te stessa.
La quinta sinfonia di Beethoven usciva dallo studio di tuo padre, dove si trovava lui, e tua madre sedeva su una poltrona poco distante impegnata a ricamare.
Tu giocavi con una bambola, una delle tue preferite, approfittando della momentanea sonnolenza dell’altro te stessa.
L’altro te stessa eri tu, ma in uno specchio un po’ strano.
I suoi capelli erano meno lunghi dei tuoi, ma la stessa tonalità di corvino.
Gli occhi erano argento come i tuoi, ma i suoi sembravano brillare più intensamente.
La sua pelle era chiara come la tua ma la tua era leggermente più pallida.
I lineamenti, però, erano identici e così altezze e proporzioni.
Eravate una divisa in due.
Tu e l’altro te stessa.
Il tuo mondo era meravigliosamente semplice e pieno di felicità.
Avevi quattro anni.



Sette anni.
L’estate era la più calda da te mai vissuta.
Combattevi l’afa opprimente con lunghi bagni nella spiaggia privata di famiglia.
Passavate le vostre ore, tu e l’altro te stessa, sotto un ombrellone a mangiare frutta fresca o gelati forniti da camerieri zelanti, per poi correre dritti in mare od a fare castelli di sabbia.
La vostra pelle candida aveva assunto una sfumatura più intensa, quasi dorata, che faceva uno strano contrasto con i vostri capelli scuri come la notte e gli occhi argento come la luna.
Era un contrasto affascinante, dorato ed argento e nero, così affascinante che, guardandoti nello specchio che era l’altro te stessa, ne eri stata completamente rapita.
Ne eravate stati rapiti entrambi, da quei colori che erano anche i colori di una delle vostre domestiche.
Marìa si chiamava, e si occupava di voi la mattina ed il primo pomeriggio.
Il tardo pomeriggio e la sera invece c’era Celine, e lei era scura come la notte di pelle, con capelli neri crespi ed una voce roca, quando vi cantava i Gospel della sua gente per farvi addormentare.
Erano giorni di pace ed innocenti marachelle, senza gli istruttori privati che avevano già iniziato a seguirvi negli altri mesi ma con allenatori di tennis e ginnastica che vi preparavano ad una vita di ozi agiati mascherati da sforzi comuni.
Non eravate mai separati, tu e l’altro te stessa, e perché mai avreste dovuto esserlo?
Eravate due specchi di un’unica persona, nati separati per un caso fortuito ma mai separati ulteriormente.
Il mondo non era più meraviglioso come quando avevi quattro anni, ma eri ancora felice.
Ignoravi la realtà della vita, vivendo nel mondo che tuo padre ti aveva modellato attorno senza immaginare, priva di agganci all’esterno com’eri, che oltre il grande cancello della villa ci fosse qualcosa di più di un enorme sfondo dipinto molto realisticamente con una strada e degli alberi.
Non eri mai uscita dalla villa ed eri ancora felice.



Dieci anni.
Le cose stavano cambiando.
Avevi imparato, dalla televisione finalmente arrivata in casa tua, che di là del cancello della villa non c’era nessuno sfondo ma un intero mondo, immenso e sconfinato.
Molto più importante, tu e l’altro te stessa vi eravate scoperti diversi nei corpi.
Lui aveva qualcosa che a te mancava tra le gambe ed a te stava crescendo lievemente il petto dove lui restava piatto.
Vi eravate spaventati, rifiutando la presenza di chiunque e qualsiasi spiegazione finchè non era stato chiamato vostro padre a spiegarvi come stavano le cose.
Avevate scoperto che tu eri una donna, una lei, mentre l’altro te stessa era un uomo, un lui.
Vostro padre vi aveva assicurato che era normale e che non c’era nulla di cui spaventarsi.
Eravate sempre uniti, eravate sempre inseparabili.
Una volta rimasti soli ne avevate parlato.
A lungo.
Alla fine tu avevi preso la Bibbia che tenevi sul tuo comodino ed avevate cercato assieme il pezzo riguardante Adamo ed Eva nel Paradiso Terrestre.
Avevate controllato assieme i dettagli.
Lui era nato pochissimo prima di te ed Adamo era venuto per prima.
Tu eri seguita subito dopo ed Eva era stata creata da Adamo.
Quindi tu venivi da una parte lui e lui sarebbe stato per sempre con te.
Era destino, ve ne eravate convinti.
Vostro padre per voi era come una divinità, giudice di ogni singolo istante della vostra vita, e voi non volevate essere cacciati di casa.
Lui ne sembrava convinto meno di te, ma tu ne eri assolutamente certa, quindi lo avevi convinto a giurare con te che non avreste più preso neanche mezza caramella se vostro padre ve l’avesse proibito.
Non avresti potuto giurare senza di lui, era l’altro te stessa!
In compenso gli avevi promesso che non avresti mai smesso di fare l’apple-pie.
Dopotutto l’importante era che non fossero mele proibite da vostro padre, e che tu sapessi non lo erano mai state quelle che usavi per imparare a fare l’apple-pie dalla cuoca Ava.
Per un momento la tua felicità si era incrinata, ma tu e l’altro te stessa eravate riusciti a riprendervi da questo primo serio colpo.
Non avresti mai potuto saperlo, ma la tua serenità era ormai agli sgoccioli.



Dodici anni.
L’inizio della fine e l’estate era agli sgoccioli.
Faceva caldo, un caldo tale da levarti il sonno e spingerti lontana dal corpo di tuo fratello nel letto.
Non era più l’altro te stessa, ora era tuo fratello Goran e ti era stata spiegata tutta la differenza tra voi due, che includeva il non poteva più fare il bagno assieme e l’obbligo di dormire in stanze separate.
Potevate fare a meno dei bagni comuni, tranne quelli in mare in cui era lecito sguazzare assieme ben coperti dai vostri costumi, ma dormire la notte da soli era qualcosa che vi risultava quasi impossibile.
Ci avevate provato, salvo poi svegliarvi continuamente angosciati da un senso di vuoto e perdita troppo grande per essere colmato da qualcosa di diverso dalla presenza del gemello mancante.
Due sere prima lui ti aveva portata sulla spiaggia, in camicia da notte tu e pigiama lui, e ti aveva spogliata con dita leggere, mentre tu spogliavi lui.
Vi eravate tuffati nelle acque ancora tiepide, e lui ti aveva guidata al largo.
C’eravate solo voi due, in quel momento, con la luna a fare da testimone della vostra impudica bravata.
Avevate nuotato a lungo, giocando in un religioso silenzio volto ad esorcizzare ogni traccia di un mondo al di fuori di quello liquido in cui vi trovavate.
Quando eravate tornati a riva tu lo avevi guardato emergere dall’acqua.
Avevi visto un principe sconosciuto, che ti era mancato sin da quando ti era stato spiegato che lui non era un altro te stessa, ma tuo fratello.
Era il tuo riflesso, in quella notte ed in quel momento.
Con i tuoi stessi occhi, capelli e la stessa chiara nudità, che non avevate preso sole quell’estate in particolare.
Il giorno dopo, andando in cerca di lui dopo ch’era sparito alla fine del pranzo, eri stata guidata dalle urla di tuo padre fino al suo studio, in cui tu non avevi mai messo piede in vita tua in precedenza.
Erano lì, tuo padre e tuo fratello.
Il tuo gemello.
L’altro te stessa.
Tuo padre stava picchiando il tuo Goran, perché voleva che tu fossi sua e soltanto sua.
Avrebbe voluto sposarti e tu non volevi fare altro che correre nella stanza e dirgli di sì, dirgli che l’avresti sposato e che per tutta la vita saresti stata sua.
Ma tuo padre, la divinità, lo stava picchiando.
Lo chiamava depravato, un termine che già a ripensarci nella notte dei tuoi dodici anni avevi iniziato ad odiare ferocemente, e malato e lo avrebbe ucciso.
Eri entrata e ti era messa trai due, evitando per poco di prenderti una cinghiata destinata a lui.
Al tuo Goran.
Ti avevano mentito, entrambi, ti avevano detto che era per una tabacchiera che lui si supponeva avesse preso.
Pensavano che fossi sciocca, forse, perché tu lo sapevi perfettamente che il tuo Goran non avrebbe mai preso nulla da tuo padre, senza uno specifico permesso.
L’avevi portato via, il tuo gemello, accompagnandolo a farsi curare.
E te ne stavi stesa a letto, a guardare la luna fuori dalla finestra, ed a combattere le lacrime che volevano uscire dai tuoi occhi.
Poi un braccio ti era passato attorno alla vita e la schiena di lui si era appoggiata alla tua.
Faceva un caldo infernale e lui era umido di sudore, ma non l’avevi cacciato.
Ti eri lasciata stringere ed avevi messo una mano sulla sua, intrecciando le dita assieme.
Il tuo mondo non era più meraviglioso.
Tu non eri più felice.
Ma, ancora, ti ostinavi ad aggrapparti all’idea che anche in quella falsa realtà tutto si sarebbe risolto.



Quindici anni.
Ti eri innamorata o eri convinta di esserlo.
Lui si chiamava Roberto.
Era uno dei giardinieri della villa.
Ti portava i fiori e ti faceva compagnia quando andavi a camminare nel giardino, con la scusa di insegnarti un po’ di botanica.
Goran se n’era andato per la prima volta in vita vostra.
Una notte era sparito, lasciando solo un biglietto in cui diceva che andava a cercare una strada che gli si confacesse.
Tu eri stata disperata al punto che ti eri quasi lasciata morire per inedia, prima che un mazzo di dalie facesse la comparsa alla tua finestra.
Aveva la pelle di caramello, Roberto, ed un sorriso smagliante che poteva anche farsi tenero in un niente.
Ti sistemava un fiore trai capelli e le sue dita ti sfioravano la guancia mentre vi trovavate in un angolo remoto della proprietà.
Era tutto ciò che avresti voluto dal tuo Goran ma non avresti mai potuto avere.
Aveva reso la tua vita profumata come i fiori che ti portava ed altrettanto colorata, rubando tempo al dolore che ti opprimeva in ogni istante di solitudine.
Era diventato così insopportabile il tempo in cui non stavi con lui che sempre meno cose gli avevi negato, pur di stare con lui.
Aveva preso la tua purezza in una notte tiepida, baciando via le lacrime dal tuo viso e stringendoti a lungo dopo.
Le lenzuola erano finite bruciate, e tuo padre si era convinto che fosse stato un gesto dettato dalla profonda sofferenza che provavi per la fuga di tuo fratello.
Goran aveva cercato una via di fuga dal vostro rapporto impossibile e tu non riuscivi a condannarlo.
Potevi solo cercare di scacciare la sofferenza lasciandoti andare nelle braccia forti di Roberto, cercando di annegare nel suo sorriso e nei suoi baci.
L’inizio della fine.
La fine delle illusioni.



Sedici anni.
Roberto era fuggito lontano, l’avevi spinto tu stessa ad andarsene al sicuro prima che tuo padre potesse ammazzarlo come non osava fare con te.
Goran era tornato, ma gli era stato detto che tu eri andata in Francia per sfuggire alla sofferenza che ti aveva causato con la sua partenza.
Vostro padre intercettava tutte le lettere che lui ti indirizzava e te le portava, lasciandotele solo il tempo necessario affinché tu scrivessi una risposta convincente.
Eri incinta.
Rinchiusa in un convento di suore con altre ragazze nelle tue stesse condizioni, mese più mese meno.
Sapendo che il bambino che ti cresceva dentro era frutto di un amore meno duraturo ed intenso di quello che provavi per il tuo Goran ma comunque un frutto d’amore.
Sapendo che quel bambino ti sarebbe stato portato via.
Avevi conosciuto il mondo.
Il mondo non si era interessato a conoscerti.
Stesa sul tuo letto, una mano sul ventre per sentire il tuo bambino scalciare, combattevi una lotta disperata ed inutile contro la tua solitudine.
Quando t’addormentavi la notte non era quello di Roberto il primo viso che vedevi, né quello che più a lungo sostava nei tuoi sogni.
Non era da lui che volevi tornare.
I suoi baci non erano quelli che cercavi.
A stringerti non avrebbero dovuto essere le sue mani.
Ma in una notte illuminata di luna, tu avresti nuotato dall’unico uomo che mai avrebbe potuto avere un posto nella tua vita che fosse eterno ed anche di più.
Goran.
Il tuo gemello.
Tuo fratello.
Lo specchio.
L’altro te stessa.
Il tuo vero amore.

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... was convincing the world he didn't exist.

And like that ...
... he's gone.

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view post Posted on 26/2/2009, 19:06Quote
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Title: Before

Disclaimer: Alejandro "JJ" Arrojo è mio, mentre Deshawn "Tux" Tucson è di N03. La storia è ambientata più di una trentina d'anni nel futuro rispetto al nostro presente.

Note: L'avevo promessa, questa qui.


Alejandro Arrojo, sei anni e due denti da latte in meno nel suo sorriso, si era ...
... come dirlo, in modo che facesse contento il suo fratellone?
In modo macho e messicano, convinto e sicuro di sè ...
...

"Mi sono perso!"

Sbottò, lasciando crollare le spalle verso il basso mentre tirava su con il naso, per ricacciare le lacrime indietro.
Non doveva piangere, non era qualcosa che il suo fratellone avrebbe fatto.
Certo, il suo fratellone non si sarebbe neanche perso ... però ... insomma ... piangere era una cosa mooooooooolto più grave, ecco!
Un vero hombre non piangeva MAI!
Alejandro ficcò le mani in tasca, guardandosi di sottecchi attorno.
Caseggiati, caseggiati, caseggiati, caseggiati ed un campetto da basket in cui un gruppetto di bambini negri giocavano.
Dovevano avere qualche anno più di lui, però il suo fratellone gli diceva sempre che ai negri non ci doveva dare confidenza e che doveva stare con gli altri messicani.
Però di messicani, a Marble Hill nel Bronx, ce ne stavano veramente pochi in confronto a tutti i negri.
Infatti la maggior parte dei membri dei Cainiti, la banda del quartiere, era negra.
Però adesso che poteva fare?
Attorno c'erano solo adulti che non gli prestavano attenzione e nessun bambino messicano!
Alejandro conosceva a memoria il numero del proprio caseggiato e la via in cui stava, però non aveva idea di come tornarci.
Era dovuto scappare via perchè i ragazzi negri più grandi gli avevano fregato la felpa ed avevano cercato di giocare a calcio con lui come palla.
Ma avrebbero visto!
Alejandro avrebbe raccontato tutto al suo fratellone e lui li avrebbe presi in culo da lì al giorno del giudizio, sissignore!
Il suo fratellone aveva dodici anni, ma era già piazzato e forte e non si faceva MAIMAIMAI mettere i piedi in testa. Tantomeno da dei negri!
Però ... doveva tornarci da suo fratello.
E proprio non sapeva come fare.
Abbassando le sguarde sulle proprie scarpe Alejandro cercò di ricordarsi da quale vicolo era arrivato. Sarebbe stato un inizio, no?
Il problema era che non aveva guardato dove andava mentre correva per scappare da quei teppisti negracci del cazzo.
Se avesse guardato non sarebbe stato lì punto e basta.
Sarebbe già tornato indietro.
Agli adulti aiuto non voleva chiedercelo, perchè anche se gli dicevano di sì poi lo portavano in un vicolo e finiva che gli infilavano il loro cazzo nel buco da cui Alejandro cagava. Gliel'aveva detto il suo fratellone e lui non mentiva MAI!
Però dai ragazzini negri l'aiuto non lo voleva proprio. Sarebbe stato come mendicare dai parenti dei suoi aggressori e questo non l'avrebbe fatto mai e poi mai!
Era un hombre mehicano, LUI!
...
Sì, però questo non lo rendeva meno perso ...

"Yo, bro!"

Una voce forte esclamò vicino a lui.
Alejandro non si sarebbe neanche disturbato ad alzare la testa, se qualcuno non gli avesse dato una manata sulla spalla.
Istintivamente saltò di lato, sentendosi schizzare il cuore in gola, e facendo saltare di un passo indietro anche il bambino che l'aveva apostrofato.
Era un ragazzetto negro, di qualche anno più grande di lui. Aveva i capelli acconciati a treccine di quelle premute sulla testa che sembravano andare sempre di moda tra quelli come lui, a differenza della testa rasata che il suo fratellone aveva e costringeva anche lui ad avere.

"Yo, man! Whassup, ah?"

Lo interrogò il ragazzetto, rivolgendogli uno sguardo perplesso.
Alejandro resistette all'impulso di scappare via, lontano da lui, ed invece piantò i piedi a terra e raddrizzò il petto come aveva visto fare al suo fratellone quando voleva imporsi con qualcuno. Infilò anche i pollici nei passanti dei jeans ed il resto delle mani in tasca, cercando di assumere un'aria sicura di sè.

"Sto cercando la **ma strada, amigo"

Disse, con voce il più sicura possibile, sentendosi avvampare le guance mentre l'altro lo guardava palesemente divertito.
Aveva una felpa di Tupac, notò, e dei jeans di quelli stretti in vita, non i bragoni a vita bassa che alcuni sembravano preferire e che lui non sopportava. Un punto a favore del negro, quei jeans lì.

"Ti sei perso, ah?"

Lo apostrofò invece quello, passando lo sguardo su di lui di rimando mentre si avvicinava. Alejandro si sentì arrossire, consapevole perchè il suo fratellone glielo faceva notare sempre, che il suo fisico doveva appena svilupparsi e per il momento era magretto.
Decisamente non un macho come si deve, pensò e si sentì avvampare ancora di più per l'umiliazione. L'altro sembrava ben piazzato, accidenti a lui.

"Ho detto questo? Sto solo cercano la **ma."

Ribattè, mordendosi le labbra un pò aggressivo. Come sempre quando si sentiva irritato ed umiliato al tempo stesso, sensazione meno estranea di quanto forse avrebbe dovuto essere, Alejandro abbassò appena gli occhi prima di lanciargli uno sguardo rancoroso dal basso.
Niente da fare.
L'altro ragazzino rise e si tolse la felpa.

"Man, siamo a settembre non ti sembra un pò tardi per andare in giro senza felpa con quel fisico?"

Lo apostrofò amichevolmente, infilandogli poi la felpa in testa e costringendolo così a mettersela quantomeno per riemergere e poterlo guardare di nuovo in faccia.

"Ehi! Che cazzo ..."

Provò ad iniziare, ma l'altro ragazzino sfruttò l'altezza ed il fisico più piazzato, il maledetto era veramente più muscoloso, per passargli un braccio attorno alle spalle ed intrappolargli la testa nella curva del gomito.

"Avanti andiamo, bro, io abito proprio da quelle parti."

Decretò, cominciando a tirarlo amichevolmente per strada.
Cercando di liberarsi dalla sua presa, Alejandro fu costretto a seguirlo per non essere trascinato.
Almeno, riflettè silenziosamente e molto acidamente, stava tornando a casa.




Sna: Le parole in corsivo? Fottuta scelta stilistica ( ;) )

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Il Giullare era solo in proscenio, in una pozza di luce. Si guardava le mani, le braccia, le gambe, e non riusciva a percepirne i dettagli, tanto accecante era l’occhio di bue. Non potendo osservare se stesso, decise allora di guardare in platea, per sentirsi meno solo; notò che alcune poltrone erano occupate, qualche paio d’occhi lo stava guardando – vedendolo – e così il Giullare fece un cenno, li invitò tutti a salire sul palco.
Uno solo, forse, parve titubare; tutti comunque lo seguirono in scena, tutti presero la sua mano nelle proprie, come fosse stato lui ad avere bisogno di un sostegno mentre li aiutava a salire.
Poi, di nuovo, il Giullare si guardò le mani, le braccia, le gambe, e questa volta
vide: le ombre che le nuove comparse gettavano su di lui annullavano l’intensità della luce, che sfumava sui rilievi della carne e rendeva ora giustizia al colore della pelle.
Il Giullare sorrise, e si inchinò alla platea deserta mentre il sipario calava: ora che poteva vedersi, non aveva più bisogno di spettatori.



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